Secondo l‘approccio della Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) e della Terapia Cognitivo-Comportamentale dell’Equilibrio Olistico (TCCEO di N. Bonaventura) dei processi attentivi, la paura è un’emozione, spesso intensa, caratterizzata da particolari modificazioni fisiologiche (cioè del nostro corpo), cognitive (cioè dei processi dell’attenzione, della percezione, del pensiero, dell‘apprendimento, della memoria, del linguaggio, ecc.) e comportamentali [attacco, fuga, immobilizzazione, ‘shutdown’ (spegnimento)].
La paura è normalmente avvertita di fronte a qualsiasi stimolo, evento o situazione vissuti o percepiti come minacciosi o negativi.
Gli stimoli che generano paura possono provenire dall’ambiente esterno (per es., un forte rumore improvviso), dall’ambiente intermedio [dal corpo (per es., da variazioni percepibili e inaspettate, come una fitta dolorosa e improvvisa al petto)] o dall’ambiente interno (per es., un pensiero o un’immagine mentale terrificante).
Per approfondire i concetti di ambiente interno, intermedio ed esterno e il loro utilizzo in psicoterapia, consiglio la lettura dell’articolo ‘La salute mentale per la TCCEO‘.

La paura è quindi un’emozione che si può sperimentare di fronte a un pericolo manifesto (ossia percepibile da parte del soggetto o da altri), un emozione che, in una certa misura e di fronte a stimoli oggettivamente temibili, risulta funzionale e necessaria alla sopravvivenza di ogni specie.
Essa, come il dolore, è indicativa della presenza di ‘qualcosa’ di minaccioso per la nostra integrità psicofisica.
La selezione naturale ha favorito la riproduzione di esseri (animali e umani) portatori delle caratteristiche genetiche legate all’espressione e acquisizione della paura e, in termini evoluzionistici, tali caratteristiche hanno svolto un ruolo molto importante; infatti, è vero che chi ha molta paura e non riesce ad attaccare o a fuggire soccombe con facilità, ma è altrettanto vero che chi ha poca o per nulla paura, neanche di fronte a stimoli verso i quali dovrebbe averne, in quanto oggettivamente temibili, ha anch’egli alte probabilità di soccombere.
È il caso drammatico di alcuni ragazzi che si cimentano in sfide ‘folli’, come saltare da un palazzo all’altro, per provare il brivido dell’impossibile e dimostrare a sé stessi e agli altri di essere forti e di non temere nulla, nemmeno la morte.
Normalmente, ogni essere umano adulto mentalmente sano tende a mantenere stabili tutte le condizioni che sono direttamente o indirettamente collegate alla sua sopravvivenza e al suo benessere, cercando nel contempo di modificare tutte le condizioni che li mettono a rischio.
Questo obiettivo può essere definito come un bisogno o desiderio di controllo sull’esistenza che si esprime nella tendenza ad avere sempre la possibilità di intervenire per mantenere stabile o modificare un certo stato dell’ambiente esterno, intermedio e interno.
Un ipotetico controllo totale coinciderebbe con la possibilità di influenzare continuamente e a piacimento le condizioni da cui dipendono la sopravvivenza e il benessere della persona.
La paura può dimostrarsi utile per salvaguardare il più possibile il mantenimento dell’ipotetico controllo totale.
Essa, manifestandosi ad ogni potenziale minaccia di perdita dell’integrità psicofisica (perdita di controllo sulla propria esistenza), stimola l’organismo a intervenire attraverso un’azione volta al ripristino dell’ipotetico controllo totale.
Il problema nasce quando l’organismo si attiva anche quando non sarebbe necessario e sperimenta paura ingiustificata, ossia di fronte a stimoli e situazioni che non minacciano realmente la sua sopravvivenza e il suo benessere psicofisico ad es., come nel caso dell’agorafobia, delle fobie, dell’ansia o fobia sociale, dell’ansia di malattia o dell’iperattenzione ai sintomi somatici, ecc.

Purtroppo, un bisogno o un desiderio eccessivo di controllare la propria esistenza genera una paura altrettanto disperata di perdere il controllo, una paura che spesso si esprime o in una reale sensazione di perdita di controllo (come nel caso dell’attacco di panico) o in una paralizzante incapacità di apportare cambiamenti nella propria vita.
La paura del cambiamento non favorisce l’esplorazione di possibilità alternative (in relazione alle nostre risorse o al mondo che ci circonda) e ci costringe, interagendo con la forza dell’abitudine, a mantenere e rafforzare le ‘errate identificazioni‘, le identificazioni con ciò che crediamo o immaginiamo di essere, impedendo l’emergere naturale di ciò che realmente siamo o possiamo essere.
