Una persona affetta da Disturbo Dissociativo dell’Identità manifesta due o più stati di personalità distinti o un’esperienza di possessione.
Il disturbo fa sì che la persona manchi di coerenza e continuità nella propria percezione di sé e nella sua capacità di sentirsi agente causale delle proprie scelte di vita, spesso percependo se stessa come un osservatore incapace di influenzare volontariamente le proprie azioni.
Quando una persona ha identità distinte, può comportarsi in modo inappropriato o indesiderato, provare improvvise emozioni forti, sentimenti diversi o nessun sentimento verso le persone a cui tiene, e sperimentare Depersonalizzazione e Derealizzazione, percendo se stessa e il mondo in modo alterato.
Una persona affetta da questo disturbo può avere diversi pensieri contemporaneamente, di natura insolita, inaspettata e incontrollabile, e udire voci nella propria testa (commenti, messaggi, ecc., quasi sempre provenienti da persone sconosciute) o, al contrario, sperimentare una totale mancanza di pensieri, dimenticare cose che conosce, come informazioni personali, traumi subiti, il fatto di avere una famiglia o figli, sapere guidare un auto o suonare uno strumento musicale, ecc. (Amnesia Dissociativa).
La persona può non essere consapevole e non avere memoria delle azioni che compie (ad esempio, potrebbe acquistare e indossare un determinato capo di abbigliamento o trovarsi in un certo luogo, o persino sperimentare una Fuga Dissociativa, viaggiando e allontanandosi da casa per un lungo periodo senza esserne consapevole), subire cambiamenti nelle abitudini e negli interessi consolidati (come hobby, cibi preferiti, identità e pratiche sessuali, ecc.), o presentare alterazioni nella percezione sensoriale (sono possibili tutte le forme di allucinazioni sensoriali) e/o nel movimento degli arti senza danni oggettivi ai sensi o agli arti, ecc.
Solitamente sono i parenti o gli amici della persona affetta dal disturbo a notare i sintomi (che causano notevoli difficoltà in molti ambiti funzionali della persona e, in particolare, nella vita emotiva e familiare), ma ci sono casi in cui la persona stessa può esserne consapevole, in misura maggiore o minore, e manifestare sofferenza fisica e psicologica a causa dei sintomi.
Il sintomo più drammatico e visibile a un osservatore esterno di una persona affetta da Disturbo Dissociativo dell’Identità è l’esperienza di possessione, involontaria, incontrollabile e fonte di grande ansia, un’esperienza in cui la persona si comporta ‘come se’ spiriti, demoni o altre identità esterne avessero preso il controllo delle sue verbalizzazioni e azioni, che sembrano molto diverse da ciò che sono normalmente.
Al contrario, quando l’esperienza di possessione non è di natura egodistonica, ma fa parte di rituali o pratiche culturali e/o religiose socialmente accettate e consolidate, l’esperienza non è considerata una manifestazione di un disturbo.
Il Disturbo Dissociativo dell’Identità può insorgere nell’infanzia, nell’adolescenza o anche più tardi nella vita, sembra essere più presente nelle donne adulte, il suo esordio è favorito da una predisposizione genetica associata a condizioni stressanti significative e/o traumatiche e prove oggettive hanno confermato la presenza di anomalie neurofisiologiche.
Esperienze altamente traumatiche, soprattutto nella prima infanzia (abusi infantili, negligenza, mancanza di cure amorevoli, abusi fisici e sessuali, malattie gravi, ricoveri ospedalieri e interventi chirurgici, bullismo prolungato, ecc.), ma anche più avanti nella vita (malattie gravi e dolorose, violenza sessuale, violenza domestica, coinvolgimento attivo in eventi bellici o presenza durante combattimenti o attacchi terroristici, ecc.), oppure esperienze stressanti intense o anche più lievi, ma in qualche modo legate a traumi passati riattivati, sono esperienze dolorose che si ritrovano spesso nelle storie di vita delle persone con Disturbo Dissociativo dell’Identità.
Questi eventi stressanti e altamente traumatici che caratterizzano la storia di vita delle persone affette da Disturbo Dissociativo dell’Identità favoriscono la possibile contemporanea presenza di Disturbo Post-Traumatico da Stress e/o di molti altri disturbi mentali (disturbi correlati a sostanze, ansia, depressione, sintomi somatici e di conversione, disturbi di personalità, ecc.).
Il trattamento del Disturbo Dissociativo dell’Identità è un processo delicato, complesso e solitamente di lunga durata, che deve essere necessariamente preceduto da valutazioni mediche che possano innanzitutto escludere fattori causali riconducibili a condizioni mediche, sostanze tossiche, traumi cerebrali, ecc.
La psicoterapia ha come obiettivo fondamentale l’integrazione delle diverse identità della persona affetta dal disturbo, riducendo i sintomi dissociativi e quelli derivanti dalla possibile coesistenza di altri disturbi mentali.
Ogni tipo di intervento psicoterapeutico che miri a comprendere gli aspetti fondamentali dell’inizio e del mantenimento delle diverse identità e dei sintomi dissociativi, nonché a elaborare eventi stressanti e traumatici del presente e del passato, è preceduto da una fase di stabilizzazione fisiologica (mediante l’uso del Biofeedback Periferico, un dispositivo elettronico e computerizzato, e anche attraverso l’uso di tecniche di rilassamento), stabilizzazione emotiva (attraverso tecniche di gestione di ampie fluttuazioni emotive, tecniche di respirazione, ecc.), stabilizzazione comportamentale (attraverso l’uso di tecniche di grounding e tecniche che promuovono il contatto consapevole con l’ambiente circostante) e stabilizzazione cognitiva (attraverso l’identificazione dei pensieri automatici disfunzionali e la loro ristrutturazione cognitiva).
Ciò protegge il paziente da comportamenti potenzialmente pericolosi (in particolare, autolesionismo e tentativi di suicidio, comportamenti che si osservano spesso dopo il recupero di ricordi traumatici difficili da tollerare) e gli consente di affrontare ed elaborare meglio gli aspetti più profondi e dolorosi del disturbo.
Una volta stabilizzato il paziente e chiarite le ragioni alla base dell’insorgenza e del mantenimento delle identità dissociative, è possibile iniziare a esplorare parti e aspetti delle diverse identità e a facilitare la comunicazione, l’interazione e l’integrazione.
Una volta instaurato un profondo rapporto di fiducia, che fa sentire il paziente protetto e in un ambiente sicuro, lo psicoterapeuta può proseguire in questa fase attraverso colloqui clinici che prendono di mira direttamente le parti dissociate dell’identità (in questo caso lo psicoterapeuta parla alle diverse parti e le aiuta a interagire tra loro attraverso il suo lavoro) o indirettamente, guidando e incoraggiando il paziente a riconoscere e parlare con le parti dissociate dell’identità in modo che, attraverso la sua mediazione consapevole, possano interagire tra loro e iniziare a integrarsi.
A tal fine, con grande attenzione, anche le tecniche immaginative e l’ipnosi clinica possono essere strumenti che lo psicoterapeuta può utilizzare per esplorare parti di identità dissociate e recuperare ricordi traumatici che verranno elaborati e poi integrati nel normale stato di coscienza di veglia.
La desensibilizzazione e la rielaborazione dei ricordi traumatici rappresentano due degli aspetti più importanti della psicoterapia in corso e vengono attuate attraverso l’adattamento specifico delle strategie e delle tecniche di trattamento del trauma per queste particolari tipologie di pazienti [Terapia Cognitivo-Comportamentale Focalizzata sul Trauma (TFCBT), tecniche della terapia sensomotoria, EMDR, LTDR, ecc.].
Nei pazienti affetti da Disturbo Dissociativo dell’Identità, il grado di miglioramento terapeutico e il tempo necessario per raggiungerlo non sono prevedibili, poiché dipendono principalmente dal numero di identità dissociative, dalla profondità e dall’intensità del livello dissociativo, dal tipo di trauma sperimentato, dalla sua gravità e dalla sua collocazione temporale nella storia di vita di ciascun paziente, dalla presenza di altri disturbi mentali e sintomi comorbidi, dall’eventuale uso di sostanze e dal fatto che i pazienti continuino o meno a vivere esperienze attuali che potrebbero essere associate a esperienze traumatiche passate.
Infine, sebbene i farmaci psicotropi non abbiano un effetto significativo sul miglioramento del disturbo, possono essere utili nel ridurre l’impatto di sintomi fisiologici e somatici pronunciati e, se il medico (psichiatra o neurologo) lo ritiene opportuno, la psicoterapia può essere supportata dal loro utilizzo.
Nota: ‘Le informazioni contenute in queste pagine hanno solo scopo informativo e non sostituiscono il parere o la diagnosi di uno psicologo/psicoterapeuta o di un medico professionista’.
MANUALE MSD (Versione per i pazienti)
Principali fonti di riferimento bibliografico e informazioni aggiuntive:
American Psychiatric Association(2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th ed., text rev.). Washington, DC: APA Publishing.
Nota: Le citazioni e le descrizioni dei quadri clinici presenti in questo testo sono rielaborazioni e traduzioni dall’originale inglese a cura dell’autore.
Per l’edizione ufficiale italiana, si veda: American Psychiatric Association (2023). DSM-5-TR. Milano: Raffaello Cortina Editore.
