Quando una persona ha esperienze frequenti e/o prolungate di depersonalizzazione, ovvero esperienze in cui percepisce un senso di irrealtà e distacco da sé stessa (dal proprio corpo e dalle proprie sensazioni, o dai propri processi cognitivi, o dalle emozioni e dai sentimenti, o dai comportamenti), o in cui percepisce un senso di irrealtà e/o distacco dall’ambiente circostante (esperienze di derealizzazione), o in cui percepisce entrambe le esperienze di un senso di irrealtà e/o distacco, è probabile che soffra di Disturbo di Depersonalizzazione/Derealizzazione.
Di solito, una persona a cui viene diagnosticato un Disturbo di Depersonalizzazione/Derealizzazione è consapevole che c’è qualcosa che non va in lei, che la sua percezione alterata di sé e della realtà esterna non è ‘normale’, che sta vivendo uno stato di disagio che non riesce a nominare in modo specifico prima della diagnosi e che spesso la fa sentire come se stesse impazzendo o soffrendo di una malattia cerebrale.
I cambiamenti significativi nella percezione di sé fanno sì che una persona si senta come se non fosse più sé stessa, come se parti di sé fossero separate o non le appartenessero più, come se parti del suo corpo fossero di dimensioni diverse, alterate, provocando strane sensazioni, formicolio, ecc., oppure la fanno sentire incapace di avere un controllo sufficiente sulle proprie azioni, o come se fosse senza pensieri e sentimenti, insensibile e con poca o nessuna risposta fisiologica agli stimoli emotivamente significativi, come se fosse morta o ‘fuori dal suo corpo’ e lo osservasse come se non le appartenesse.
Altri sintomi di depersonalizzazione spesso segnalati dalle persone affette da questo disturbo includono la percezione che il tempo passi più lentamente o più velocemente, la difficoltà a percepire come propri alcuni ricordi del passato e la confusione su quando si sono verificati.
Cambiamenti significativi nella percezione dell’ambiente circostante fanno sì che persone, animali, piante o oggetti appaiano alterati (più vicini, più lontani, più grandi, più piccoli, bidimensionali, che si muovono più lentamente o più velocemente, più rumorosi o più silenziosi, ecc.), distorti o come se fossero ‘irreali’, come se la persona stesse sognando o fosse sotto l’effetto di sostanze che alterano la percezione, o come se ci fosse una sottile barriera trasparente a separare la persona dall’oggetto della sua percezione.
Esperienze transitorie o di breve durata di Depersonalizzazione/Derealizzazione che non interferiscono in modo significativo con la vita emotiva, familiare, lavorativa o sociale della persona, o che sono tipiche di alcune pratiche meditative, ipnotiche o autoipnotiche, non sono considerate manifestazioni di questo disturbo.
Al contrario, lo stress (in particolare quello legato al lavoro e ai problemi coniugali e/o familiari), la depressione, il panico, l’ansia, l’insonnia e gli intensi stimoli ambientali acustici o visivi, possono scatenare o peggiorare i sintomi del disturbo.
Inoltre, la loro insorgenza può certamente essere facilitata dall’assunzione di determinati farmaci o dall’uso di sostanze psicotrope, oppure da disturbi neurologici o danni cerebrali.
Il Disturbo di Depersonalizzazione/Derealizzazione solitamente inizia nell’infanzia o nell’adolescenza ed è spesso associato a traumi e/o abusi (fisici e psicologici), negligenza e trascuratezza emotiva, un ambiente familiare violento o un ambiente in cui è presente una malattia fisica o psicologica, oppure segnato dalla morte (prematura, violenta, ecc.) di un familiare o di un parente stretto.
Questi eventi dolorosi prematuri ed emotivamente intensi attivano difese psicologiche arcaiche (scissione, proiezione, identificazione proiettiva, idealizzazione, negazione della realtà, ecc.), interferiscono con le capacità di adattamento della persona, facendola sentire fragile, limitano le esperienze esplorative e autogratificanti e incoraggiano l’evitamento, i comportamenti impulsivi (potenzialmente autolesionistici) o l’abuso di sostanze.
Sebbene il Disturbo di Depersonalizzazione/Derealizzazione possa risolversi senza un trattamento specifico, nei casi più gravi o in quelli i cui sintomi durano da molto tempo (decenni o anche per tutta la vita, attraversando fasi di acutizzazione e remissione), la psicoterapia (tra cui la psicoterapia cognitivo-comportamentale) è particolarmente indicata.
Prima di iniziare la psicoterapia, è sempre raccomandata una valutazione medica approfondita, che includa esami di laboratorio e diagnostica per immagini (ad esempio, elettroencefalogramma).
Una valutazione medica è assolutamente necessaria se i sintomi del disturbo si manifestano in età adulta, poiché sono insoliti e potenzialmente indicativi di una condizione medica non diagnosticata.
L’approccio comportamentale al trattamento del Disturbo di Depersonalizzazione/Derealizzazione ha come obiettivo principale quello di aiutare la persona a distogliere la propria attenzione (si veda anche la Terapia Cognitivo-Comportamentale dell’Equilibrio Olistico (TCCEO di N. Bonaventura) dei processi attentivi] dalla sensazione di irrealtà e di distacco da sé stessa (depersonalizzazione) e dall’ambiente circostante (derealizzazione), imparando a indirizzarla volontariamente verso comportamenti che la persona considera gratificanti (ovvero comportamenti che erano gratificanti prima dell’insorgenza del disturbo o nelle fasi in cui esso viene percepito come meno intenso) e/o comunque capaci di generare sollievo dai sentimenti di depersonalizzazione e derealizzazione e di restituire un maggiore senso di efficacia e connessione (potrebbe trattarsi di un’attività sportiva, di un hobby, di una passeggiata con un amico, ecc., o di qualsiasi attività idonea al raggiungimento dell’obiettivo suddetto).
Mentre la distrazione dalla sofferenza causata dalla depersonalizzazione e dalla derealizzazione costituisce un rinforzo negativo che mantiene il disturbo, il benessere percepito durante e dopo l’attuazione di un comportamento gratificante costituisce un rinforzo positivo che tende a ridurre il disturbo.
Insieme, il benessere generato dall’attività gratificante (rinforzo positivo) e la distrazione dalla sofferenza e il conseguente sollievo (rinforzo negativo) aumentano la frequenza di futuri comportamenti considerati piacevoli, creando un circolo virtuoso che interferisce con i circoli viziosi associati ai comportamenti e alle esperienze di depersonalizzazione e derealizzazione.
LeTecniche di Grounding (tecniche di ancoraggio al terreno, di radicamento a terra), che implicano azioni consapevoli (stare a piedi nudi, sentire le piante dei piedi saldamente radicate nel terreno e immaginare i piedi che penetrano nel terreno come radici di un albero, contrarre e rilassare i muscoli del corpo, camminare, saltare, correre, ballare, ecc., o toccare e manipolare oggetti per percepirne le differenze di temperatura, forma, consistenza, ecc., o ancora annusare aromi intensi e piacevoli o assaggiare cibi deliziosi, o osservare le ombre, le sfumature di colore e i dettagli di un oggetto, di un dipinto o di un paesaggio, o ascoltare una musica particolarmente piacevole o i suoni della natura), possono anche servire a portare e mantenere l’attenzione nel presente, agendo come rinforzo e riducendo le sensazioni di distacco da sé stessi e dalla realtà circostante.
L’approccio cognitivo classico al trattamento del Disturbo di Depersonalizzazione/Derealizzazione ha come obiettivo principale quello di intervenire positivamente nei processi cognitivi automatici associati alla depersonalizzazione e alla derealizzazione, prevenendo fin dall’inizio o identificando e modificando (attraverso opportune sostituzioni) i pensieri e le immagini mentali disfunzionali che generano la sofferenza tipica del disturbo.
Integrando l’approccio cognitivo classico con quello cognitivo costruttivista, lo psicoterapeuta affronta i vissuti che generano e mantengono la depersonalizzazione e la derealizzazione del paziente, elaborando conflitti profondi, emozioni dolorose e comportamenti legati alla relazione con le figure genitoriali e all’immagine di sé che il paziente ha costruito durante la crescita.
Ciò contribuisce al raggiungimento e al mantenimento di un’idea coerente di sé e del proprio mondo interiore, in relazione al mondo esterno.
Da questa prospettiva, il lavoro del terapeuta non può prescindere dall’identificazione, dall’analisi, dall’elaborazione e dalla modifica degli Schemi Cognitivi Disfunzionali associati agli stati emotivi sperimentati durante varie esperienze evolutive, soprattutto quando il paziente affetto da Disturbo di Depersonalizzazione/Derealizzazione riferisce esperienze traumatiche o abusi subiti in giovane età.
Nel lavoro terapeutico con pazienti affetti da disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione, il terapeuta cognitivo esperto utilizza anche strategie e tecniche di vari approcci cognitivi di terza generazione, tra cui tecniche di gestione dello stress, meditazione (tra cui la ormai nota Mindfulness) e pratiche di consapevolezza.
Attraverso l’uso di queste strategie e tecniche terapeutiche, lo psicoterapeuta aiuta il paziente ad aumentare la consapevolezza dei pensieri, delle immagini mentali, delle emozioni, delle sensazioni, dei comportamenti e delle caratteristiche dell’ambiente circostante presenti qui e ora, a distinguere chiaramente la qualità dell’esperienza (piacevole/spiacevole, familiare/insolita, non dissociativa/dissociativa, ecc.), a non aver paura dei sentimenti di depersonalizzazione/derealizzazione, a tollerarli, a utilizzare un dialogo interno che li consideri più accettabili, a integrarli e a dissolverli in una percezione e consapevolezza di sé più ampia (a tal proposito, si vedano anche la TCCEO e, in particolare, La Salute Mentale per la TCCEO).
Per acquisire una maggiore consapevolezza della relazione tra pensieri, immagini mentali, emozioni, sensazioni, caratteristiche dell’ambiente circostante (in vivo e nell’immaginazione), esperienze dissociative e reazioni fisiologiche associate (ovvero la risposta dei muscoli e del sistema nervoso vegetativo o autonomo a questi stimoli interni ed esterni), l’uso del Biofeedback Periferico (Il Biofeedback Periferico e il Profilo Psicofisiologico) si rivela molto utile e rappresenta anche un modo diretto per aiutare il paziente a rimanere ancorato all’esperienza presente e a imparare da essa.
L’uso del Biofeedback Periferico può inoltre facilitare notevolemente l’insegnamento di Tecniche di Rilassamento (Il rilassamento muscolare e viscerale: Rilassamento Progressivo di Jacobson, Training Autogeno e Tecniche di Rilassamento Immaginativo) e /o di Meditazione.
Sebbene le tecniche di rilassamento, la meditazione e, in alcuni casi, l’Ipnosi clinica siano strumenti terapeutici potenzialmente utili nel trattamento del Disturbo di Depersonalizzazione/Derealizzazione, uno psicoterapeuta esperto presterà particolare attenzione alle modalità e ai tempi del loro utilizzo, perché in alcuni casi possono avere ‘effetti collaterali’ dissociativi.
Infine, in alcuni casi, la psicoterapia può essere supportata dall’uso di farmaci psicotropi che il medico (psichiatra o neurologo) ritiene opportuni, anche se non è chiaro se questi siano effettivamente efficaci per il Disturbo di Depersonalizzazione/Derealizzazione, mentre potrebbero esserlo se questo disturbo è accompagnato da sintomi depressivi, ansia o sintomi tipici di altri disturbi.
Nota: ‘Le informazioni contenute in queste pagine hanno solo scopo informativo e non sostituiscono il parere o la diagnosi di uno psicologo/psicoterapeuta o di un medico professionista’.
Principali fonti di riferimento bibliografico e informazioni aggiuntive:
MANUALE MSD (Versione per i pazienti)
American Psychiatric Association(2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th ed., text rev.). Washington, DC: APA Publishing.
Nota: Le citazioni e le descrizioni dei quadri clinici presenti in questo testo sono rielaborazioni e traduzioni dall’originale inglese a cura dell’autore.
Per l’edizione ufficiale italiana, si veda: American Psychiatric Association (2023). DSM-5-TR. Milano: Raffaello Cortina Editore.
