Dr. Nunzio Bonaventura – Psicologo, Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale e Biofeedback Terapeuta

L’Origine del Senso di Colpa: Un’analisi storica e clinica secondo la Terapia Cognitivo-Comportamentale dell’Equilibrio Olistico dei processi attentivi

Il senso di colpa è un’esperienza interiore in cui una persona si sente, in modo più o meno chiaro e intenso, di essere colpevole di qualcosa e di meritare una punizione.

Il livello di consapevolezza individuale verso i fattori scatenanti del senso di colpa può variare notevolmente. Tale vissuto può originare da pensieri, parole, azioni, stati emotivi o semplici sensazioni percepite.

Soggettivamente, la persona può sentirsi in colpa e meritevole di punizione, anche se oggettivamente potrebbe non esserlo, perché non ha causato alcun danno reale e/o non era prevista alcuna punizione.

Sono state proposte diverse teorie per spiegare la comparsa del senso di colpa durante lo sviluppo infantile.

Secondo l’attuale Terapia Cognitivo-Comportamentale dell’Equilibrio Olistico (TCCEO di N. Bonaventura) dei processi attentivi, il senso di colpa è soprattutto il risultato di un lungo processo evolutivo legato alla gestione dell’attenzione.

L’ipotesi è che gran parte della sofferenza psicologica derivi da un ‘uso inappropriato dei processi attentivi‘, ovvero dal modo in cui una persona, durante la crescita, impara a dirigere la propria attenzione verso stimoli provenienti da ambienti diversi: quello esterno, quello mentale e quello del proprio corpo.

Il corpo del bambino è infatti il primo scenario in cui l’attenzione si focalizza per percepire bisogni e tensioni che, se non elaborati, si cristallizzano in vissuti di colpa.

La TCCEO si arricchisce del contributo delle teorie precedenti sul senso di colpa e le integra nel proprio modello evolutivo e clinico.

Dal punto di vista storico ed evolutivo, Melanie Klein, allieva diretta di S. Freud, descrive la nascita del senso di colpa attraverso una dinamica arcaica.

Semplificando notevolmente, secondo la Klein, alla nascita il neonato non ha chiarezza della differenza che esiste tra lui e la madre.

Attraverso l’allattamento al seno (o il suo surrogato), il bambino inizia a relazionarsi con qualcosa che, progressivamente, ma inesorabilmente, è percepito come diverso da sé: il seno della madre.

Se il ‘seno’ materno soddisfa i bisogni di nutrimento e di affetto del neonato, per quest’ultimo il seno acquista delle connotazioni positive (seno buono, nella terminologia della Klein).

Al contrario, se il neonato non è sempre tempestivamente soddisfatto nei suoi bisogni alimentari e affettivi, il seno acquista una connotazione negativa, persecutoria (seno cattivo, nella terminologia della Klein).

Poiché è comprensibile che i bisogni del neonato non possano essere sempre soddisfatti tempestivamente, egli si trova necessariamente costretto a tollerare una certa quota di frustrazione, che viene vissuta come angoscia e rabbia distruttiva e ‘diretta’ verso il seno persecutorio e frustrante, il seno cattivo.

Questo processo comporta una netta separazione tra un seno gratificante (quello buono) e uno frustrante e persecutorio (quello cattivo), quasi che vi fossero due madri con due seni diversi.

Nell’ottica della TCCEO, questa scissione kleiniana può essere riletta come la prima forma di ‘sequestro attentivo’. Il neonato, non avendo ancora sviluppato un equilibrio olistico dei processi attentivi, è costretto a polarizzare la sua attenzione: quando è nel bisogno, il suo focus è totalmente assorbito dalle tensioni corporee spiacevoli che proietta sul ‘seno cattivo’; quando è soddisfatto, l’attenzione è saturata dalle sensazioni piacevoli del ‘seno buono’.

Manca ancora un ‘centro di comando dei processi attentivi‘ capace di mantenere uniti questi due opposti stimoli.

Sotto il profilo neurofisiologico, questa fase arcaica coincide con una condizione di ‘Finestra di Tolleranza’ (concetto introdotto da S. Porges) estremamente ristretta.

In questa fase, il sistema nervoso vegetativo (o autonomo) del neonato, ancora immaturo, oscilla bruscamente tra l’iper-attivazione del sistema Simpatico (che si manifesta clinicamente come angoscia persecutoria e rabbia) e il collasso indotto dal sistema Vago Dorsale (o Parasimpatico Dorsale), responsabile della frammentazione e della scissione vissuta dal piccolo quando la minaccia della frustrazione diventa intollerabile (una condizione che, in caso di gravi carenze nelle cure materne, può portare il neonato a ritirarsi nel suo mondo fantasmatico, a rifiutare persino il ‘seno’ materno e a distogliere lo sguardo dalla madre).

È importante precisare che, pur accogliendo la straordinaria efficacia clinica delle intuizioni kleiniane nel descrivere il vissuto emotivo del bambino, la TCCEO si distanzia dalla ‘teoria pulsionale’ classica (che vede il bambino mosso solo da spinte biologiche interne di vita e morte), oggi ampiamente discussa e criticata dalla ricerca neuroscientifica.

Per la TCCEO, ciò che la Klein definisce ‘pulsione’ viene riletto come un segnale bio-elettrico di attivazione del sistema nervoso: non una spinta astratta, ma una necessità del cervello di processare stimoli che, se eccessivi per l’immaturità del piccolo, mandano in cortocircuito i suoi prematuri processi attentivi.

Ma la relazione che il neonato instaura con il seno (buono e cattivo) non è soltanto una relazione con ‘oggetti esterni’ (il seno buono o cattivo della madre), ma anche una relazione con ‘oggetti interni’ (l’interiorizzazione delle caratteristiche gratificanti del seno buono e delle caratteristiche frustranti e persecutorie del seno cattivo), i quali costituiscono elementi fondamentali del mondo mentale e affettivo del neonato e con i quali egli si identifica.

Per proteggere, nel suo mondo interiore, le caratteristiche gratificanti del seno buono dagli ‘attacchi’ delle caratteristiche persecutorie e distruttive del seno cattivo, il neonato è costretto a operare una scissione, una separazione, tra ciò che è buono e ciò che è cattivo dentro di sé.

In altre parole, dalla relazione affettiva con l’oggetto esterno (il seno della madre) il neonato costruisce la relazione affettiva con se stesso, la quale è definita dalla qualità della relazione con i suoi ‘oggetti interni’.

Quanto descritto finora riguarda processi arcaici e inconsci che caratterizzano quella che la Klein definisce la posizione schizo-paranoide dello sviluppo infantile.

Questa frammentazione interna impedisce al bambino di dirigere l’attenzione verso l’ambiente esterno in modo neutro e oggettivo, poiché il suo focus rimane intrappolato nel monitoraggio di questi conflitti tra oggetti interni.

Secondo la prospettiva Jacksoniana, questa incapacità riflette una gerarchia neurologica ancora immatura: i centri superiori di controllo attentivo non hanno ancora assunto il comando sui centri arcaici e pulsionali (così come definiti in precedenza), permettendo a questi ultimi di operare in maniera prevalente.

È fondamentale precisare che, mentre nell’adulto la liberazione di questi meccanismi primitivi avviene per una vera e propria dissoluzione — ovvero un decadimento o un’interferenza delle funzioni superiori che ne libera l’attività —, nel neonato non si può parlare di dissoluzione, poiché i sistemi cerebrali superiori e le strutture prefrontali non hanno ancora raggiunto la maturazione biologica necessaria per esercitare la loro azione di controllo.

In questa architettura gerarchica in via di sviluppo, il substrato neurobiologico deputato all’integrazione e al controllo inibitorio evolverà nella Corteccia Prefrontale Dorsolaterale (DLPFC).

Quando nell’adulto l’efficienza di questa area prefrontale subisce un’interferenza, la perdita del controllo superiore lascia la selezione attentiva vulnerabile al sequestro emotivo indotto dai segnali di minaccia e di allarme viscerale aspecifico.

Questi segnali non solo costituiscono il terreno neurobiologico su cui si è originariamente sviluppato il senso di colpa arcaico, ma riemergono nel presente come la matrice biologica che alimenta e dà forma alle manifestazioni sintomatiche del senso di colpa adulto.

Il senso di colpa adulto, spesso egodistonico, affonda le radici proprio in questa incapacità arcaica di spostare l’attenzione mentale dal conflitto tra ciò che è percepito come ‘cattivo’ dentro di sé verso una visione più equilibrata della realtà.

Questa incapacità è aggravata da una scarsa capacità di mentalizzazione – che a questo livello è pressoché inesistente – la quale impedisce di ‘pensare’ l’emozione (capacità che il neonato acquisisce con la crescita e che verrà spiegata più dettagliatamente nel corso di questo articolo).

In sintesi, la capacità di dirigere l’attenzione in modo equilibrato verso l’esterno richiede il superamento della frammentazione arcaica.

Tuttavia, questa transizione poggia sulla maturazione neurobiologica delle aree prefrontali deputate al controllo esecutivo e, parallelamente, sull’evoluzione del sistema nervoso autonomo.

La ricerca documenta infatti che il passaggio dalla scissione all’integrazione richiede la maturazione del Vago Ventrale, deputato alla connessione sociale e alla regolazione emotiva.

Durante lo sviluppo, la migrazione embrionale dei neuroni dal Nucleo Dorsale verso il Nucleo Ambiguo permette fisicamente al sistema nervoso di passare dalla risposta di sopravvivenza viscerale (collasso/scissione) alla regolazione relazionale consapevole.

La progressiva mielinizzazione di queste fibre veloci è ciò che consente al bambino di iniziare a stabilizzare i propri parametri fisiologici e di espandere la propria Finestra di Tolleranza.

Quando queste funzioni sono carenti o immature, la mente resta intrappolata in un ‘loop’ di monitoraggio del conflitto interno, rendendo impossibile la percezione della realtà come un insieme integrato.

Nella teoria della Klein, il superamento di questo blocco evolutivo coincide con il passaggio dalla posizione schizo-paranoide alla posizione depressiva.

In questa fase, il bambino inizia a comprendere l’unicità della realtà della madre, considerandola l’unica responsabile della gratificazione e della soddisfazione dei suoi bisogni, ma anche della loro frustrazione.

Il piccolo si trova ora in una situazione drammatica: riconosce di essere l’autore dell’aggressione verso la madre esterna e anche verso l’oggetto interno, e comincia a capire di amarli in modo ambivalente (piacere = amore; frustrazione = odio).

In questa particolare condizione evolutiva iniziano a emergere i primi sensi di colpa per il danno reale o immaginario apportato sia alla madre esterna che al proprio oggetto interno.

In origine, il sentimento di colpa è dunque legato a un danno (reale o immaginario) arrecato a un oggetto amato e verso il quale si nutre un certo rimorso che porta ad azioni riparative (forse stimolate dalla paura, se non dal terrore infantile, di possibili reazioni materne, sotto forma di rifiuto, separazione o abbandono).

Il passaggio alla posizione depressiva rappresenta un importante traguardo evolutivo per il bambino, in quanto inizia a distinguere la realtà esterna da quella interna e a comprendere e a sentirsi arcaicamente responsabile dei propri impulsi e delle conseguenze delle proprie azioni.

Nella prospettiva della TCCEO, la posizione depressiva segna la nascita di un focus attentivo integrato. Il bambino smette di ‘filtrare’ la realtà in modo binario e impara a mantenere l’attenzione simultaneamente su stimoli di valenza opposta.

Questo è il momento in cui la Finestra di Tolleranza si amplia significativamente: il Sistema Vagale Ventrale assume la funzione di ‘freno’, permettendo al bambino di sopportare l’attivazione emotiva dell’ambivalenza senza scivolare nella scissione.

L’attenzione non è più sequestrata dalla sopravvivenza, ma è libera di orientarsi verso l’altro.

Le ‘azioni riparatrici’ diventano così il primo esercizio intenzionale di direzione del focus: il bambino sposta attivamente l’attenzione dal proprio dolore (frustrazione) al benessere dell’altro (riparazione), gettando le basi per l’equilibrio olistico dei processi attentivi.

Tuttavia, l’impossibilità di dirigere l’attenzione in maniera adeguata non è il frutto di un ‘istinto di morte’, ma deriva da una convergenza di fattori concreti: l’immaturità neurologica delle aree cerebrali che gestiscono il focus, l’eccessiva pressione istintuale degli stimoli corporei (fame, dolore, tensioni), la scarsa capacità di mentalizzazione e l’eventuale incoerenza della risposta materna.

Questa visione sposta l’attenzione dalla dimensione puramente speculativa della pulsione alla realtà della neurobiologia e della relazione (con la madre come persona e non semplicemente come un seno buono e un seno cattivo) e apre la strada ai contributi fondamentali di Winnicott e della Mahler.

Questa è la fase in cui emerge la capacità di amare e l’interesse reale verso l’altro, riconoscendone e tollerandone l’ambivalenza che necessariamente lo caratterizza per la contemporanea presenza in esso di qualità frustranti e gratificanti.

Il contributo di Donald Winnicott permette di espandere questa analisi, spostando il focus dall’intrapsichico al relazionale attraverso il concetto di ambiente (e madre) ‘sufficientemente buono’.

Secondo la TCCEO, la madre non agisce solo come contenitore affettivo, ma come un vero e proprio ‘regolatore attentivo’ esterno.

La presenza di una figura materna coerente e sensibile offre al bambino l’ancoraggio necessario per stabilizzare la propria attenzione, aiutandolo a regolare e superare le intense tempeste emotive della posizione depressiva.

Questo processo promuove una ‘regolazione emotiva implicita’— definizione presa a prestito da Björkstrand, J. & al. (2026), i quali attribuiscono all’addestramento alla mindfulness gli effetti del miglioramento nell’apprendimento dell’estinzione della paura.

Dal punto di vista neurobiologico, ritengo che tali effetti siano in buona parte da attribuire al processo neurobiologico di Depressione a Lungo Termine (o Long Term Depression) di alcuni importanti circuiti neurali.

Questa ‘regolazione emotiva implicita’ potrebbe rappresentare la matrice neurobiologica in cui si sviluppa ed espande il range della ‘Finestra di Tolleranza’ sopra citata.

In questo ‘spazio relazionale neurobiologicamente protetto’, il senso di colpa non diventa un trauma paralizzante, ma si trasforma in quella che Winnicott definisce ‘capacità di preoccuparsi’ (capacity for concern): un’attenzione rivolta all’altro che nasce dalla sicurezza di poter riparare il danno.

Questa sicurezza si stabilizza sempre più nella mente del bambino grazie all’accoglienza materna incondizionata — ovvero alla capacità della madre di ‘perdonare’ sempre — ma si evolve progressivamente con la crescita, commisurandosi alla capacità di riparazione via via acquisita; in questo modo, la madre prepara gradualmente il bambino a un mondo che non sarà protettivo e accondiscendente come l’ambiente primario.

Parallelamente, gli studi di Margaret Mahler sul processo di ‘separazione-individuazione’ offrono una chiave di lettura fondamentale per comprendere l’autonomia dei processi attentivi.

Se il bambino non riesce a svincolare correttamente la propria attenzione dalla figura materna (fase di simbiosi), il senso di colpa adulto potrà manifestarsi come ‘colpa da separazione’: ogni tentativo di dirigere l’attenzione verso i propri obiettivi di crescita verrà percepito inconsciamente come un tradimento o un abbandono dell’oggetto amato.

Per la TCCEO, il successo della fase di ‘sperimentazione’ descritta dalla Mahler è il presupposto biologico e psicologico affinché il focus mentale diventi uno strumento di autorealizzazione e non un guardiano ansioso del legame.

Tuttavia, il senso di colpa non è alimentato solo da dinamismi interni o relazionali primari. La Teoria dell’Apprendimento Sociale chiarisce come i criteri di ‘giusto’ e ‘sbagliato’ vengano interiorizzati anche attraverso i rinforzi sociali e l’osservazione di modelli esterni.

In quest’ottica, la TCCEO osserva come un ambiente educativo eccessivamente punitivo o basato sul ricatto affettivo possa ‘addestrare’ l’attenzione del bambino a restare iper-focalizzata sulla ricerca di segni di disapprovazione, trasformando il senso di colpa in un meccanismo di controllo sociale rigido e paralizzante.

Questa dinamica trova la sua sintesi moderna nella Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby. Il senso di colpa adulto è spesso l’espressione di un legame insicuro, dove il soggetto teme costantemente di perdere la propria ‘base sicura’.

Secondo la TCCEO, l’individuo con attaccamento ansioso soffre di un vero e proprio ‘sequestro attentivo’ dovuto alla paura dell’abbandono: la sua attenzione è costantemente saturata dal monitoraggio del legame, impedendo l’orientamento delle risorse mentali verso l’esplorazione e l’autonomia.

Diversamente, nell’attaccamento evitante, l’attenzione viene ‘addestrata’ a distogliersi sistematicamente dalla relazione per proteggersi dal timore dell’invasione affettiva. Questo genera un senso di colpa legato all’inadeguatezza nel saper vivere il legame o, come difesa, induce ad attribuire tale inadeguatezza all’esterno (proiezione), sminuendo l’importanza della relazione stessa per evitare il dolore del coinvolgimento.

Nel quadro dell’attaccamento disorganizzato, invece, i processi attentivi subiscono un vero e proprio cortocircuito tra il bisogno di vicinanza e il terrore della minaccia, rendendo il senso di colpa frammentato e catastrofico.

Tale blocco attentivo è strettamente legato alla capacità di Mentalizzazione (Peter Fonagy): la difficoltà nel ‘pensare’ i propri stati mentali e quelli altrui impedisce all’attenzione di sganciarsi dal terrore arcaico della colpa.

Solo attraverso lo sviluppo della funzione riflessiva, l’individuo può smettere di subire l’emozione come un fatto concreto, dirigendosi finalmente verso la comprensione dei significati reali delle relazioni. Naturalmente, i diversi tipi di attaccamento, la qualità dei processi di mentalizzazione e la modalità di gestione dei processi attentivi influenzeranno in maniera significativa anche le strutture specifiche di personalità (si rimanda per approfondimenti alla sezione del sito dedicata ai vari Disturbi di Personalità).

Il ruolo del ‘caregiver‘ è determinante nel favorire o ostacolare questi processi evolutivi. In uno sviluppo sano, il genitore funge da ‘specchio mentale’: coglie l’emozione del bambino, la elabora e la restituisce in una forma pensabile (mentalizzata).

Quando però il caregiver è incapace di sintonizzarsi, o restituisce al bambino un’immagine distorta e carica di angoscia, il processo di mentalizzazione fallisce.

In questo vuoto evolutivo, il bambino non impara a distinguere tra un pensiero e la realtà: il senso di colpa non viene vissuto come uno stato mentale passeggero, ma come un ‘fatto’ concreto e catastrofico che, secondo la TCCEO, paralizza l’attenzione, costringendo la mente a un monitoraggio ossessivo del proprio mondo interno per prevenire danni immaginari.

Un contributo essenziale per comprendere la transizione verso la socialità arriva da Martin Hoffman, che identifica nel ‘senso di colpa empatico’ la molla fondamentale per il comportamento prosociale. Secondo Hoffman, il senso di colpa non nasce solo dal timore, ma dalla capacità di immedesimarsi nella sofferenza altrui.

Nella prospettiva della TCCEO, l’empatia descritta da Hoffman richiede una sofisticata gestione dei processi attentivi: il soggetto deve essere capace di dirigere intenzionalmente l’attenzione verso il vissuto dell’altro, senza però che il proprio focus venga ‘sequestrato’ dal dolore altrui.

Il senso di colpa diventa ‘sano’ e funzionale alla riparazione solo quando l’attenzione è equamente distribuita tra il sé e l’altro, permettendo un equilibrio olistico tra i propri bisogni e quelli del caregiver.

Se le teorie dello sviluppo mettono in luce la genesi relazionale del senso di colpa, la psicoterapia cognitiva classica descrive accuratamente i meccanismi strutturati che lo mantengono inalterato in età adulta.

Secondo il modello di Aaron Beck, il senso di colpa è alimentato da specifiche distorsioni cognitive, prima fra tutte la ‘personalizzazione’, ovvero la tendenza a ritenersi responsabili di eventi negativi esterni che sono, in realtà, fuori dal proprio controllo diretto.

Nella prospettiva della TCCEO, queste distorsioni cognitive non sono meri ‘errori di logica’, ma rappresentano le regole di filtraggio rigide adottate dal ‘centro di comando dei processi attentivi’.

Quando il focus mentale è sequestrato dal monitoraggio di una minaccia interna (l’oggetto cattivo arcaico), la corteccia prefrontale applica automaticamente il bias di iper-responsabilità per dare una spiegazione logica a quell’iper-attivazione viscerale indotta dal sistema Simpatico o dal Vago Dorsale.

Il pensiero ‘è colpa mia’ diventa così il tentativo della mente di razionalizzare un corpo che si sente costantemente in pericolo.

Un fenomeno cognitivo di fondamentale importanza, ampiamente studiato nel panorama del Disturbo Ossessivo-Compulsivo e applicabile alla clinica del senso di colpa adulto egodistonico, è la Fusione Pensiero-Azione (TAF – Thought-Action Fusion; Rachman, 1993; Shafran et al., 1996).

Si tratta della convinzione profonda e irrazionale secondo cui il semplice fatto di formulare un pensiero negativo — come l’immagine mentale di un danno o il desiderio inconscio che accada un evento infausto — sia moralmente equivalente ad aver compiuto l’azione reale, o possa aumentane matematicamente la probabilità di accadimento nel mondo fisico.

Questo dinamismo evoca e si sovrappone a quella che la letteratura psicoanalitica e dello sviluppo definisce ‘onnipotenza del pensiero‘, un meccanismo arcaico che caratterizza proprio la posizione schizo-paranoide kleiniana, laddove il neonato, operando in regime di ‘equivalenza psichica’ (secondo la teorizzazione di Fonagy), vive i propri contenuti mentali ostili come azioni dotate di un potere distruttivo reale e concreto.

L’integrazione di questi modelli consente di leggere la Fusione Pensiero-Azione come la diretta conseguenza del crollo della funzione riflessiva e del persistere di quel fenomeno neurobiologico noto come Realismo Affettivo (Barrett, 2017; Wormwood et al., 2018).

Per ‘Realismo Affettivo’ si intende quel meccanismo neurobiologico per cui il cervello utilizza lo stato emotivo e viscerale interno del corpo come prova diretta della realtà del mondo esterno.

In parole semplici, è il fenomeno per cui il soggetto crede che il mondo sia fatto così come lui ‘si sente’ in quel momento, scambiando un’emozione interna per un fatto oggettivo.

Quando la mentalizzazione fallisce, il ‘centro di controllo attentivo’ (secondo la TCCEO) non possiede la flessibilità necessaria per disimpegnarsi dallo stimolo interno (il pensiero intrusivo e/o l’emozione negativa) e verificare i dati oggettivi della realtà esterna.

Di conseguenza, lo stimolo interno sequestra il focus con la stessa intensità drammatica di un’azione concreta, intrappolando l’adulto in un loop di colpa magica.

A un livello neurofisiologico, tuttavia, la formulazione di pensieri negativi non corrisponde a un impulso di rabbia, che rappresenta un’attivazione viscerale immediata del sistema Simpatico, mentre il pensiero è un costrutto della mente.

Inoltre, la formulazione di pensieri negativi, eventualmente accompagnati da un impulso di rabbia, non porta necessariamente ad un’azione dettata dalla rabbia, in quanto quest’ultimo riguarda un piano diverso, quello comportamentale, che si realizza nell’ambiente esterno.

Ciò premesso, sebbene la mente sia teoricamente in grado di distinguere questi piani, a livello subconscio i processi biologici tendono a sovrapporli, distorcendo la percezione della realtà oggettiva.

La natura neurobiologica di questo condizionamento percettivo trova una conferma sperimentale straordinaria negli studi condotti da Wormwood, Barrett e collaboratori (2019) attraverso la tecnica della Soppressione Interoculare Continua (CFS).

I ricercatori hanno dimostrato come stimoli affettivi presentati al di fuori della consapevolezza cosciente — inviando immagini emotive a un occhio mentre l’altro veniva saturato da flash geometrici ad alto contrasto — siano in grado di alterare la percezione visiva e il giudizio sociale verso stimoli successivi del tutto neutri.

Il cervello, in termini neuroscientifici, utilizza il tono affettivo viscerale aspecifico generato sottocorticalmente come una lente predittiva, modificando letteralmente la qualità dell’esperienza conscia e portando il soggetto a vedere il mondo esterno non per come esso è oggettivamente, ma per come il corpo ‘si sente’.

Quando l’allarme somatico (la minaccia interna arcaica) non viene riconosciuto come uno stato emotivo transitorio da ‘pensare’, ma viene vissuto come la ‘prova’ reale di aver commesso un danno, il focus attentivo rimane rigidamente sequestrato da questa attivazione di fondo, costringendo la mente a interpretare un pensiero intrusivo o un evento neutro della realtà esterna come la conferma matematica di un danno commesso, strutturando la paralisi e l’egodistonia del senso di colpa patologico.

Il mantenimento cronico del senso di colpa adulto risponde a dinamiche descritte con precisione dal modello metacognitivo di Adrian Wells (2009).

In molti pazienti, il vissuto di colpa non si dissolve perché viene costantemente alimentato dalla ruminazione, un processo di pensiero ripetitivo, rigido e interamente orientato a scansionare gli eventi del passato.

Questo meccanismo è sostenuto da credenze metacognitive disfunzionali. Tra queste si distinguono le credenze positive, secondo cui il rimuginio rappresenta un dovere morale o uno strumento protettivo (ad esempio: ‘Continuare a soffrire per le mie colpe dimostra che sono una brava persona’ o ‘Analizzare i miei errori mi eviterà di sbagliare in futuro’), e le credenze negative, legate all’incontrollabilità del processo (‘Non posso smettere di interrogarmi sui miei sbagli, la colpa ha preso il sopravvento’).

Dal punto di vista della funzionalità del centro di controllo dei processi attentivi, la ruminazione di Wells rappresenta l’esemplificazione clinica di un loop cognitivo ermeticamente chiuso.

Le risorse del centro di controllo non sono libere di orientarsi in modo olistico verso il presente o verso stimoli costruttivi esterni, poiché vengono sistematicamente assorbite dal monitoraggio dello stato morale interno.

Il soggetto si trova incastrato in un’attività mentale sterile, guidata dall’illusione che l’iper-vigilanza sui propri errori sia l’unico modo per proteggere il legame con l’altro o la propria dignità, impedendo di fatto il disimpegno attentivo e la flessibilità cognitiva.

L’analisi dei processi di cronicizzazione del senso di colpa adulto si completa attraverso i modelli del condizionamento operante di Burrhus Skinner e la teoria bifattoriale dell’apprendimento di Orval Mowrer.

Quest’ultima spiega come il disturbo si mantenga nel tempo attraverso due fasi consecutive: dapprima l’ansia si associa a uno stimolo interno o esterno (condizionamento classico) e, successivamente, viene cronicizzata dai tentativi del soggetto di ridurla tramite la fuga o la riparazione (condizionamento operante).

Quando un soggetto sperimenta l’angoscia indotta dall’allarme viscerale, tende a mettere in atto comportamenti di riparazione ansiosa, richieste compulsive di rassicurazione o sistematici evitamenti delle situazioni che innescano quel malessere.

La psicologia comportamentale dimostra che tali risposte vengono mantenute e stabilizzate attraverso il meccanismo del rinforzo negativo: l’evitamento o la riparazione calmano momentaneamente l’attivazione somatica spiacevole, fornendo un sollievo immediato, ma nel lungo termine impediscono la disconferma delle credenze dolorose e cronicizzano il disturbo.

Nella prospettiva della TCCEO, ogni comportamento di evitamento o di scusa compulsiva rappresenta un tentativo disfunzionale di regolare l’iper-attivazione del sistema Simpatico.

Tuttavia, questo dinamismo produce un effetto paradossale sul centro di controllo: ogni atto di fuga o di sottomissione ansiosa ‘addestra’ le risorse attentive a considerare quello stimolo interno come altamente catastrofico.

Il focus viene così sistematicamente condizionato a restare iper-vigilante verso i segnali di errore, riducendo progressivamente la flessibilità del sistema nervoso e restringendo drammaticamente l’ampiezza della Finestra di Tolleranza dell’adulto.

Il panorama clinico si arricchisce ulteriormente con il contributo di Francesco Mancini, che distingue tra il senso di colpa ‘altruistico’ (legato al dolore per aver danneggiato l’altro) e quello ‘deontologico’ (connesso alla violazione di una norma interna o al timore di essere una ‘persona indegna’).

Secondo la TCCEO, questa distinzione è fondamentale per comprendere il funzionamento dei processi attentivi nell’adulto: mentre la colpa altruistica può stimolare un orientamento attentivo verso la riparazione e l’altro, quella deontologica tende a intrappolare la mente in un monitoraggio rigido e ossessivo del proprio stato morale.

In questo caso, l’attenzione viene ‘sequestrata’ dal timore del peccato o dell’errore, impedendo al soggetto di percepire la realtà in modo olistico e di orientarsi verso obiettivi di crescita e benessere.

Un ulteriore contributo fondamentale per l’analisi dell’adulto è offerto da Joseph Weiss, che identifica i cosiddetti ‘sensi di colpa interpersonali’, come la colpa del sopravvissuto o la colpa da separazione.

Si tratta di vissuti che agiscono come freni invisibili: la persona limita inconsapevolmente il proprio successo o la propria felicità per non ‘danneggiare’ o superare (in termini di realizzazione e benessere) i propri cari.

Sotto il profilo funzionale, questi sensi di colpa agiscono come un monitoraggio iper-critico del Sé che blocca i processi di focalizzazione: il soggetto non è libero di orientare le proprie risorse verso l’autorealizzazione, poiché la sua attenzione rimane intrappolata in un confronto costante con il malessere reale o presunto dell’altro, percepito come una conseguenza della propria crescita personale.

Sebbene sia stato ampiamente ipotizzato in letteratura (a partire dai modelli di Hoffman e della psicopatologia dello sviluppo) che il senso di colpa adattivo svolga un ruolo necessario e insostituibile nello sviluppo del bambino, rendendolo capace di amare se stesso e gli altri, attribuire lo stesso significato a questo vissuto nella vita degli adulti è fondamentalmente sbagliato.

Mentre nel bambino la colpa potrebbe servire a contenere gli impulsi arcaici e a strutturare una prima forma di moralità basata sulla riparazione, nell’adulto essa rischia di diventare solo un fardello paralizzante che sequestra le risorse mentali (in particolare quelle attentive) nel tentativo di espiare colpe spesso immaginarie o legate a modelli infantili superati.

Tuttavia, sorge un interrogativo fondamentale: il senso di colpa arcaico è davvero un passaggio biologico obbligatorio?

Sebbene il neonato, data la sua immaturità neurologica, sia ancora incapace di mentalizzare e quindi di comprendere razionalmente le intenzioni del caregiver, è possibile ipotizzare che un ambiente relazionale caratterizzato da una co-regolazione fisiologica ottimale possa ridurne l’impatto.

Se la neurocezione del bambino fosse costantemente nutrita da segnali di sicurezza e sintonizzazione corporea, il sistema nervoso potrebbe non aver bisogno di ricorrere a reazioni di allarme così estreme, come la scissione e l’angoscia persecutoria.

In quest’ottica, il senso di colpa arcaico potrebbe non essere una tappa necessaria della natura umana, bensì la risposta adattativa del sistema nervoso di un organismo che tenta di orientarsi in un ambiente che – pur se ‘sufficientemente buono’ – presenta inevitabili momenti di disconnessione (che il neonato potrebbe tollerare diversamente in funzione di predisposizioni genetiche, di personalità, ecc.).

Le neuroscienze affettive confermano questo cortocircuito nell’adulto. Il senso di colpa cronico agisce come un loop di feedback negativo che attiva l’amigdala e inibisce l’attività della corteccia prefrontale.

Attribuirgli un valore evolutivo nell’adulto è un errore perché confonde l’innesco dell’inibizione ansiosa con la vera scelta etica.

Se il bambino, nel corso dello sviluppo, viene guidato a comprendere le conseguenze delle proprie azioni attraverso un focus rivolto alla realtà dei fatti e non al timore della perdita dell’amore, la transizione verso la responsabilità può avvenire riducendo drasticamente il passaggio per il senso di colpa arcaico.

In un ambiente evolutivo dalle caratteristiche ottimali, il bambino più grande possiede ormai una capacità di mentalizzazione sufficiente a elaborare in maniera matura i significati delle proprie azioni.

Crescendo, il ruolo evolutivo di questa risposta adattiva dell’organismo deve essere sostituito da una funzione psicologica e relazionale molto più adatta alle esigenze degli adulti: la responsabilità.

La responsabilità, a differenza della colpa, non mira alla punizione del Sé, ma alla gestione consapevole e proattiva delle conseguenze delle proprie azioni nel presente.

È l’equilibrio olistico finale: l’attenzione non è più rivolta a ‘espiare’, ma a ‘rispondere’ con efficacia e consapevolezza alla propria realtà personale e relazionale.

In ultima analisi, per l’adulto in trattamento, la TCCEO mira a disinnescare quei sequestri che mantengono in vita un senso di colpa ormai anacronistico e disfunzionale.

Quando l’attenzione rimane intrappolata nel monitoraggio di conflitti arcaici o di eventi vissuti come catastrofici, la persona perde la capacità di agire efficacemente nel presente.

Attraverso il potenziamento della mentalizzazione e la stabilizzazione dei parametri fisiologici (all’interno di una rinnovata Finestra di Tolleranza), il paziente impara a riprendere il comando del centro di controllo.

Il traguardo finale è la transizione verso la Responsabilità (si veda: ‘Dalla paralisi del senso di colpa alla Responsabilità: riprendere il comando del centro di controllo dei processi attentivi’): una funzione psicologica superiore che non cerca la punizione per il passato, ma la gestione consapevole e creativa delle proprie azioni nel ‘qui e ora’, ristabilendo quell’Equilibrio Olistico dei processi attentivi che è il fine ultimo del trattamento per il recupero della salute psicofisica.

Nota: ‘Le informazioni contenute in queste pagine hanno solo scopo informativo e non sostituiscono il parere o la diagnosi di uno psicologo/psicoterapeuta o di un medico professionista’.

Principali fonti di riferimento bibliografico e informazioni aggiuntive:

1. Diagnostica e Manualistica Clinica

American Psychiatric Association (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5-TR), Washington, DC e successivi aggiornamenti.

Lago G. (2024). Psicopatologia per la psicoterapia. Strumenti per la relazione di cura, Alpes Italia, Roma.

2. Neurobiologia, Teoria Polivagale e Sviluppo

Björkstrand J., Olsson E., Clancy O.H., et al. (2026). Effect of app-based mindfulness on extinction recall – a 7T-fMRI study. Sci Rep 16, 9957 (2026). https://doi.org/10.1038/s41598-026-45569-z.

Barrett, L. F. (2017). How Emotions Are Made: The Secret Life of the Brain. Houghton Mifflin Harcourt, Boston – New York.

Carter C.S. (2014). Oxytocin pathways and the evolution of human behavior. Annu Rev Psychol. 2014;65:17-39. doi: 10.1146/annurev-psych-010213-115110. Epub 2013 Sep 19. PMID: 24050183.

Greenberg, J. R. & Mitchell, S. A. (1986). Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica. Il Mulino, Bologna.

Narvaez D. & others (2012). Evolution, Early Experience and Human Development: From Research to Practice and Policy. (2012; online edn, Oxford Academic, 24 Jan. 2013).

Porges S.W. (2001). The polyvagal theory: phylogenetic substrates of a social nervous system. International Journal of Psychophysiology,Volume 42, Issue 2,2001,Pages 123-146,

ISSN 0167-8760, https://doi.org/10.1016/S0167-8760(01)00162-3.

Porges S.W. (2007). The Polyvagal Perspective. Biol Psychol. 2007 Feb;74(2):116-43. doi: 10.1016/j.biopsycho.2006.06.009. Epub 2006 Oct 16. PMID: 17049418; PMCID: PMC1868418.

Porges S.W. (2014). La teoria polivagale. Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione, Giovanni Fioriti Editore, Roma.

Porges S.W. (2018). La guida alla teoria polivagale. Il potere trasformativo della sensazione di sicurezza, Giovanni Fioriti Editore, Roma.

Schore A.N. (2022). Attachment trauma and the developing right brain: origins of pathological dissociation and some implications for psychotherapy. In: Dorahy M, Gold S, O’Neil J, editors. Dissociation and the dissociative disorders: past, present, future. New York: Routledge.

Schore A.N. (2022). Right brain-to-right brain psychotherapy: recent scientific and clinical advances. Ann Gen Psychiatry. 2022 Nov 19;21(1):46. doi: 10.1186/s12991-022-00420-3. PMID: 36403062; PMCID: PMC9675148.

Schore A.N. (2014). Early interpersonal neurobiological assessment of attachment and autistic spectrum disorders. Front Psychol. 2014 Sep 23;5:1049. doi: 10.3389/fpsyg.2014.01049. PMID: 25339916; PMCID: PMC4184129.

Siegel D.J. (2020). The Developing Mind: How Relationships and the Brain Interact to Shape Who We Are, Guilford Press, New York.

Uvnäs-Moberg K. , Handlin L. and Petersson M. (2015). Self-soothing behaviors with particular reference to oxytocin release induced by non-noxious sensory stimulation. Front. Psychol. 5:1529. doi: 10.3389/fpsyg.2014.01529.

Wormwood J.B., Siegel E.H., Kopec J., Quigley K.S. & Barrett L.F. (2019). You are what I feel: A test of the affective realism hypothesis. Emotion. 2019 Aug;19(5):788-798. doi: 10.1037/emo0000484. Epub 2018 Aug 23. PMID: 30138005.

Jackson J.H. (1884). The Croonian Lectures on Evolution and Dissolution of the Nervous System. Br Med J. 1884 Apr 12;1(1215):703-7. doi: 10.1136/bmj.1.1215.703. PMID: 20750870; PMCID: PMC2307198.

3. Mentalizzazione e Teoria dell’Attaccamento

Bateman A. & Fonagy P. (2010). Mentalization based treatment for borderline personality disorder. World Psychiatry. 2010 Feb;9(1):11-5. doi: 10.1002/j.2051-5545.2010.tb00255.x. PMID: 20148147; PMCID: PMC2816926.

Bowlby J. (1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Hoffman M.L. (2008). Empatia e sviluppo morale. Il Mulino, Bologna.

Mancini F. (2016). La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Rachman, S. (1993). Obsessions, responsibility and guilt. Behaviour Research and Therapy, Volume 31, Issue 2, pages 149-154. ISSN 0005-7967.

Shafran, R., Thordarson, D. S. & Rachman, S. (1996). Thought-action fusion in obsessive compulsive disorder. Journal of Anxiety Disorders, Volume 10, Issue 5, pages 379-391, ISSN 0887-618.

Spollen T., Byrne G., Hevey D. & Longphuirt E.N. (2026). Mentalization-Based Therapy for Children and Families: A Systematic Review and Meta-Analysis of the Recent Literature. Clinical Child Psychology and Psychiatry. 2026;0(0). doi:10.1177/13591045261446027.

Wells, A. (2009). Metacognitive Therapy for Anxiety and Depression. The Guilford Press, New York. ISBN 9781609184964.

Weiss J. (1999). Come funziona la psicoterapia. Bollati Boringhieri, Torino.

4. Fondamenti Psicoanalitici: Melanie Klein

Klein M. (1957). Invidia e gratitudine, Martinelli, Firenze.

Klein M. (1937). Amore, colpa e riparazione, in “Scritti 1921-1958”, Boringhieri, Torino.

Klein M. (1935). Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco-depressivi.